Quest’estate l’Europa è stata colpita da un’ondata di caldo record. Mentre milioni di europei si sono rivolti ai condizionatori cinesi per trovare sollievo, alcuni politici hanno optato per dazi, quote e restrizioni commerciali. La questione non è se l’Europa abbia bisogno di protezione dai prodotti cinesi, ma perché i prodotti che soddisfano esigenze reali vengano considerati una minaccia.
Domanda reale, non sovraccapacità
Il dibattito sulla cosiddetta “sovraccapacità della Cina” spesso trascura una domanda fondamentale: se l’offerta fosse davvero eccessiva, perché i consumatori si affannano per acquistare? Il mercato europeo dei condizionatori d’aria offre una risposta convincente. Le aziende cinesi stanno vincendo non perché producono di più, ma perché realizzano prodotti che soddisfano meglio le esigenze locali.
La chiave del loro successo risiede nella risoluzione di problemi che i produttori europei non hanno affrontato. Hanno adattato i loro prodotti per soddisfare i rigorosi requisiti normativi europei e superare le difficoltà di installazione. I design portatili che non richiedono forature, il funzionamento silenzioso e l’elevata efficienza energetica hanno eliminato gli ostacoli all’installazione negli edifici europei più vecchi. Le statistiche commerciali confermano questa tendenza. Da gennaio a giugno 2026, le esportazioni cinesi di condizionatori d’aria verso l’Unione Europea (UE) hanno raggiunto i 3,76 miliardi di dollari, con un aumento del 43% su base annua, il livello più alto mai registrato per questo periodo. Le esportazioni di condizionatori portatili sono aumentate di oltre il 70% e le fabbriche cinesi lavorano 24 ore su 24 per soddisfare la domanda.
Ciò dimostra ancora una volta che i prodotti che offrono un buon rapporto qualità-prezzo e soddisfano esigenze reali ottengono naturalmente l’accettazione del mercato e che l’attuale struttura del commercio Cina-UE è determinata dalla domanda del mercato e dalle forze complementari.
La competitività è importante
Sotto l’impennata della domanda di condizionatori cinesi si celano sfide strutturali più profonde nell’economia europea. I prezzi dell’energia in Europa sono da due a tre volte superiori a quelli degli Stati Uniti, mentre i costi dell’elettricità per molte industrie ad alta intensità energetica superano di gran lunga quelli della Cina; l’Europa rappresenta solo circa il 5% degli investimenti globali nell’intelligenza artificiale, mentre gran parte del suo settore manifatturiero tradizionale ha faticato ad adattarsi. Una ricerca dell’Istituto di Kiel in Germania rivela che circa due terzi della quota persa dalla Germania nei mercati terzi deriva dalla sua mancanza di competitività, piuttosto che dalla concorrenza cinese.
Il vantaggio comparato è ciò che conta nel mercato globale. La vera sfida dell’Europa non è la maggiore capacità industriale della Cina, bensì le sue stesse debolezze strutturali.
Il protezionismo non è una soluzione: la cooperazione vantaggiosa per tutti lo è
Nonostante la retorica dei media su uno “shock cinese 2.0”, le realtà del mercato raccontano una storia diversa. Il successo manifatturiero della Cina riflette la sua capacità di innovare, produrre in serie e rispondere rapidamente alla domanda del mercato: non si tratta di capacità volte a soppiantare le industrie europee, bensì a contribuire a soddisfare la domanda locale, sostenere la transizione ecologica e creare nuove opportunità di investimento e crescita. Non si tratta di uno “shock cinese”, bensì di un’opportunità cinese.
Il vero pericolo è che il protezionismo trasformi questa opportunità in un’occasione persa. Le barriere commerciali non possono ripristinare la competitività né accelerare l’innovazione; si limitano ad aumentare i costi lungo le catene di approvvigionamento, a gravare sulle imprese — soprattutto sulle piccole e medie imprese — e, in ultima analisi, a far sì che siano i consumatori a pagarne il prezzo.
Il protezionismo alimenta inoltre un circolo vizioso di restrizioni e ritorsioni. Il 23 luglio, l’UE ha adottato il suo 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia, in base al quale diverse entità cinesi sono state aggiunte a un elenco e sottoposte a requisiti più severi di controllo delle esportazioni per i beni dual use. In risposta, il Ministero del Commercio cinese ha adottato contromisure per salvaguardare gli interessi legittimi della Cina. Tali azioni di ritorsione aumentano l’incertezza, indeboliscono la fiducia delle imprese e danneggiano entrambe le parti. In definitiva, il protezionismo non produce vincitori.
L’Europa ha molto più da guadagnare dalla collaborazione che dallo scontro. I prodotti europei, dai beni di consumo di alta qualità alle tecnologie avanzate, godono da tempo di una forte domanda sul mercato cinese. Mentre la Cina persegue uno sviluppo di qualità superiore, più ecologico e maggiormente incentrato sull’innovazione, stanno emergendo nuove opportunità per entrambe le parti. Rafforzare la cooperazione, anziché erigere nuove barriere, è una via più sicura verso una crescita sostenibile, la competitività e la prosperità condivisa.
È incoraggiante constatare che il dialogo sta già avanzando. A fine giugno, la prima riunione del Meccanismo di consultazione Cina-UE su commercio e investimenti ha prodotto la prima dichiarazione congiunta nell’ambito di questo nuovo meccanismo, stabilendo un quadro per la risoluzione delle divergenze attraverso il negoziato. Questo slancio positivo è proseguito quando, a luglio, Cina e Regno Unito hanno tenuto a Londra la 15ª riunione della Commissione economica e commerciale congiunta (JETCO) e hanno concordato di rafforzare ulteriormente la cooperazione bilaterale in materia di commercio e investimenti.
L’aria fresca dei condizionatori cinesi potrebbe aver rinfrescato le case europee quest’estate. Ora, mentre il dibattito prosegue, ciò di cui l’Europa ha più bisogno sono sangue freddo e commercio aperto.














